Attaccamento del bambino cioè la tendenza a cercare la vicinanza di alcuni individui, è uno degli elementi più semplici ma di fondamentale importanza del comportamento sociale.

La sua utilità è ovvia data la condizione di impotenza del neonato:

il bambino piccolo ha bisogno di cure e di protezione affinché non corra pericoli, ha bisogno di cibo che non è in grado di procurarsi da solo, man mano che egli cresce ha bisogno di una guida e di disciplina.

I modelli di comportamento che esprimono questa tendenza ad un attaccamento del bambino e quindi di ricercare la vicinanza dell’adulto sono il pianto, il seguire, lo stiramento delle braccia, l’aggrapparsi, ecc.

Una volta raggiunto lo scopo e cioè la vicinanza dell’adulto, queste risposte del bambino possono portare a diverse conseguenze, la riduzione del livello di attivazione, la soddisfazione di un bisogno, l’esperienza sensoriale del calore, l’essere nutriti o la protezione dai pericoli.

Colgo l’occasione per mostrarvi un video molto interessante di Domenico Perrupato che spiega l’attaccamento da Freud a Bowlby: 

 

Queste risposte del bambino hanno inoltre la funzione di mettere in moto dei processi di interazione fra bambino e adulto (ricerca della vicinanza, vicinanza dell’adulto, risposta dell’adulto alle richieste del bambino, risposta del bambino che tende a mantenere la vicinanza (sorriso) nuova risposta dell’adulto….).

Quando per la prima volta un bambino è in grado di attaccarsi a un individuo specifico?

Il lattante fin dal primo mese cerca la vicinanza dell’adulto attraverso il pianto, ma è soprattutto interessato alla stimolazione che fornisce l’adulto piuttosto che all’individuo specifico che gliela fornisce.

Il lattante nei primi mesi tratta cioè gli adulti come soggetti intercambiabili e accetta l’attenzione di chiunque con reazioni positive.

Il pianto e le altre forme di protesta al cessare del contatto con l’adulto esistono fin dai primi mesi di vita; col passare del tempo la risposta indifferenziata anche all’estraneo tende a diventare meno immediata e intensa, ma riesce ancora a calmare il bambino.

Verso al settimo mese si assiste ad un cambiamento:

il neonato protesta ancora nelle stesse situazioni, ma le proteste sono rivolte solo ad alcuni individui, cioè il pianto è provocato solo dal loro allontanarsi e solo la loro attenzione può calmare il pianto del neonato.

Il neonato ha sviluppato un attaccamento verso determinate persone, che hanno un rapporto più intenso con lui.

Il fatto che una persona gli procuri cibo o gli fornisca altre cure specifiche e che trascorra molto tempo con lui non determina necessariamente risposte di attaccamento del bambino.

Questo legame affettivo si può sviluppare anche verso persone che non lo vestono e non lo nutrono, ma che hanno un’interazione molto intensa con lui, cioè che sono in grado di adattare il loro comportamento alle richieste specifiche del bambino, prendendo in considerazione la sua individualità e imparando a riconoscere e a rispondere a segnali particolari del bambino.

Così le madri che giocano con il loro bambino e gli dedicano un’attenzione premurosa hanno un figlio molto più attaccato affettivamente di quelle che entrano in contatto  con il figlio solo per assicurargli le cure indispensabili alla sua sopravvivenza.

L’attaccamento del bambino verso una o più persone non è di natura statica ma cambia nelle forme e nel carattere in funzione dell’età del bambino e assume significati diversi in periodi evolutivi differenti.

Via via che il bambino cresce aumentano le sue abilità senso-motorie e quindi la possibilità di incontrare autonomamente nuovi oggetti e situazioni e di estendere l’ampiezza dei suoi incontri sociali: la presenza della madre non sarà più indispensabile a fornire delle stimolazioni, ma sarà richiesta per assolvere funzioni differenti.

 

Attaccamento del bambino e la paura dell’estraneo

La ricerca della vicinanza è una componente generale del comportamento sociale; un’altra componente è l’evitare la vicinanza. L’utilità biologica di questa tendenza, l’evitare la vicinanza, assicura che il piccolo stia con chi ha cura di lui ed eviti chi non è motivato a rispondere positivamente ai suoi segnali.

Le due funzioni di attaccamento e paura sono strettamente correlate. L’epoca di comparsa della paura dell’estraneo segue circa di un mese la comparsa della risposta di attaccamento del bambino.

Nelle prime settimane di vita i bambini rispondono nello stesso modo a tutti gli individui che interagiscono con loro, dai tre mesi circa compare già un processo selettivo nei confronti delle persone, cioè il bambino presenta un ritardo nella risposta di sorriso all’estraneo; aumentando l’età il ritardo si allunga, fino al manifestarsi di un’assenza di risposta per poi giungere verso gli otto mesi al manifestarsi di un’intensa paura per l’estraneo.

Il processo di selezione sociale porta verso i sette-otto mesi il bambino a rispondere positivamente a individui familiari (attaccamento del bambino) e negativamente agli sconosciuti.

E’ evidente l’influsso dell’esperienza accumulata sul comportamento di avvicinamento-evitamento: perché compaia la risposta di paura infatti il bambino deve essere in grado di discriminare fra la persona familiare e quella non familiare.

Il bambino è capace di riconoscere la madre anche nei primi mesi, ma non è consapevole della sua esistenza quando questa è assente, cioè è capace di riconoscerla ma non di ricordarla, e non può quindi servirsi della sua rappresentazione come standard di paragone negli incontri con gli estranei.

Benché si concordi generalmente che la paura per gli estranei compaia verso gli otto-nove mesi, le differenze individuali dell’epoca di comparsa sono considerevoli e dipendono da diversi fattori, quali l’intensità dell’interazione del bambino con la madre, il numero di persone con cui il bambino entra in contatto e il numero di persone che lo curano, cioè dalla varietà delle relazioni sociali del bambino e quindi il grado in cui l’estraneo può essere vissuto come diverso.

Il rifiuto della vicinanza, così come la ricerca della vicinanza, non è statico ma si evolve, cambia nell’incontro del bambino con l’ambiente a seconda delle persone e degli oggetti che questi incontra.

La crescente capacità del bambino di rappresentarsi le persone verso cui ha sviluppato l’attaccamento anche in loro assenza, la sicurezza che gliene deriva, i primi tentativi di esplorazione autonoma dell’ambiente, lo porteranno ad incontrare sempre più spesso oggetti e persone nuove: come risultato della crescente familiarizzazione con questi, si attenuerà naturalmente la sua paura per l’estraneo.

Attaccamento del bambino ed esplorazione e separazione dalla madre

L’attaccamento specifico ad alcuni individui è più intenso immediatamente dopo la sua comparsa; al contrario delle altre funzioni apprese che aumentano col crescere dell’esperienza, la ricerca della vicinanza decresce coll’aumentare dell’età del bambino.

Il bambino diventa sempre più capace di rappresentarsi la madre e di mettersi in relazione con tale rappresentazione e di conseguenza di regolare il suo comportamento anche se questa non è presente. 

Man mano che cresce, il bambino diventa capace di tollerare separazioni minime; sempre più frequentemente lascerà di sua iniziativa il luogo dove si trova la madre e ogni volta starà lontano per un tempo più lungo. La madre sensibile tollera l’allentamento di questo legame e permette al bambino di allontanarsi.

Paradossalmente una delle principali funzioni delle cure materne è quella di liberare il bambino dal bisogno continuo della madre.

Nei primi mesi di vita la madre è per il bambino il mezzo per ottenere stimolazioni adeguate al suo livello; l’atteggiamento esplorativo del neonato dipende dal suo rapporto con l’adulto che può stimolarlo più o meno a cogliere le stimolazioni ambientali.

Col crescere delle abilità motorie e col manifestarsi delle capacità di rappresentazione, il bambino può entrare da solo in contatto con stimoli nuovi, cioè esplorare l’ambiente. Questa sua capacità di esplorare autonomamente l’ambiente gli offre nuove possibilità di apprendimento.

Nel primo anno di vita la sicurezza psicologica e il benessere del bambino sono strettamente correlati; difficilmente ci si può aspettare che il bambino tratti con un ambiente estraneo se non è certo della presenza della madre a cui può ricorrere in caso di tensione.

Verso l’anno la sua capacità di rappresentarsi le persone gli procura quella sicurezza che in passato gli procurava la loro presenza fisica.

Il comportamento esplorativo varia così con la fiducia che ha il bambino sulla disponibilità della madre ad aiutarlo e a fargli da supporto in questa prima fase di esplorazione, rispondendo alle sue chiamate, condividendo il suo entusiasmo, spronandolo a continuare la sua esplorazione ambientale e non limitandolo o costruendogli una stimolazione limitata in cui lui debba inserirsi.

Oltre a stabilire questo rapporto di partecipazione e di approvazione della sua esplorazione, dobbiamo anche creare, specialmente in casa, un mondo materiale adatto a creare la curiosità del piccolo, un mondo pieno di piccoli oggetti maneggevoli o attraenti, un mondo pieno di cose su cui arrampicarsi e che comprenda cose interessanti da vedere e ascoltare.

Rispetto al problema dell’esplorazione e dell’autonomia del bambino una madre può scegliere fra tre diverse soluzioni da adottare. Può in primo luogo impedire fisicamente al bambino di entrare in contatto con le cose creandogli uno spazio apposito in cui non può farsi male (per esempio un box) e non può toccare se non quello che gli è dato dalla madre;

può permettere al bambino di spostarsi liberamente e poi cercare di fermarlo con le parole e con l’azione quando è sul punto di toccare oggetti “che non deve toccare” (nella migliore delle ipotesi il risultato di questa scelta è una madre che dice continuamente “no”);

un altro sistema consiste nel lasciare il bambino libero, ma seguendolo da lontano continuamente con una specie di supervisione costante, approvandolo quando fa operazioni positive, distraendolo con altre stimolazioni quando la sua esplorazione mette in pericolo la incolumità sua o di alcuni oggetti (che è un sistema che richiede molto tempo e dispendio di energie).

La soluzione migliore consiste nel far sparire tutto ciò che si può rompere o che può essere pericoloso per il bambino, facendo in modo che tutto ciò che si trova alla sua portata possa essere da lui toccato. La soluzione migliore, anche se non facile, è quella di organizzare la casa in funzione del bambino. 

La vita moderna, la struttura delle nostre abitazioni, la mancanza di spazi aperti (prati, giardini ecc) in cui il bambino possa naturalmente e autonomamente muoversi, tendono a negare quelle esperienze di esplorazioni e che una volta erano frequenti anche in famiglia.

Il bambino nella sua esigenza di autonomia e di esplorazione dell’ambiente, di rapporto con nuovi oggetti, persone e situazioni rimane spesso vittima, nell’angustia dello spazio urbano costruito a misura dell’adulto, dell’ossessione dell’ordine, del feticismo dell’arredamento, delle regole di vivere in condominio.

Anche in casa (senza parlare dell’esplorazione del mondo extra-familiare che nella città è per forza di cose mediata dall’adulto) il bambino si trova difronte ad una serie continua di divieti: di non far rumore, di non toccare, di non mettere disordine, di non giocare in tutte le stanze, ma solo nella sua stanza (nei casi privilegiati in cui c’è);

gli si chiede di giocare senza infastidire gli altri, spesso solo, con giocattoli che in miniatura riproducono gli oggetti familiari, una volta usati come giocattoli, e di prendere contatto con la realtà attraverso una sperimentazione diretta con questa, e poter accedere ad esplorare territori sgombri da prescrizioni all’ordine, al silenzio, alla disciplina e poter scoprire situazioni nuove. 

Per questo credo sia importante creargli in casa uno spazio in cui possa muoversi e quindi esplorare e giocare e apprendere, senza troppe limitazioni, acquistando autonomia e fiducia in se stesso.

 

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