Nel primo anno di vita la relativa impotenza motoria impedisce al bambino di richiamare l’attenzione e di esplicitare i suoi desideri . Il lattante ha pur tuttavia dei mezzi per attirare l’attenzione di altre persone, per segnalare dei bisogni; in particolare un bambino che piange e ride porta vicino a se persone interessate facendo proprio del pianto e del sorriso dei mezzi efficacissimi per tale scopo.

In questo modo il neonato stabilisce un’interazione con l’ambiente e usa questi mezzi di segnalazione per regolare le stimolazioni che può ottenere da altri.

Prima di proseguire desidero postarvi questo video di andri bela che ha dell’incredibile: un bambino che si commuove mentre la mamma canta 🙂

Bambino che piange

La funzione del pianto è in primo luogo quella di provocare la vicinanza. Il pianto è l’unico mezzo a disposizione del neonato per comunicare un suo bisogno. Il bambino che piange lo fa’ dalla nascita e si presenta con tre modelli distinti:

Un modello di base che inizia in modo aritmico e a bassa intensità ma gradatamente diventa più forte e ritmico, collegato a più delle volte a fame e disagio.

Il pianto furioso e stizzito, che si differenzia dal modello di base per la lunghezza delle varie componenti fisiche, che è originato in genere dal fatto che il bambino non può muoversi come vorrebbe; il bambino che piange per dolore lo fa’ improvvisamente, forte all’inizio, seguito da inspirazioni brevi e affannose.

Il neonato non sceglie un certo tipo di pianto per informarsi sulla qualità dei suoi bisogni, ma reagisce in modo diverso a seconda delle circostanze (fame, sete, dolore, caldo, freddo ecc.)che hanno suscitato la sua protesta.

Il bambino ci trasmette un messaggio senza saperlo ma ciò non toglie che noi abbiamo la possibilità di interpretarlo e di rispondergli. Il pianto è il primo linguaggio del bambino, è una sua richiesta di attenzione, perciò quando un bambino piange è bene andare a vedere di cosa si tratta.

All’inizio dunque il pianto ha origine più o meno automaticamente da un insieme di stimoli soprattutto di origine organica che scatenano la risposta di pianto indipendentemente da qualsiasi conseguenza.

Solo in seguito a ripetute esperienze (pianto, arrivo dell’adulto, soddisfazione di un bisogno) l’effetto delle sue azioni lo porta ad apprendere che certe azioni tendono a provocare determinate conseguenze; apparirà così il pianto con funzione intenzionale.

Alcuni genitori fanno l’errore di tirare su dalla culla o di prestare attenzione al bambino solo quando piange; 

con un tale atteggiamento si insegna al bambino che il pianto è premiato e il bambino piangerà di più (intenzionalmente) per ottenere di essere cullato.

Il sorriso

Il sorriso è una risposta sociale particolare; esso non tende come il pianto a cercare la vicinanza, ma a mantenerla. Il sorriso potenzia l’attrazione della madre verso il neonato e da inizio così a un ‘interazione tra madre e figlio.

Alla nascita il sorriso ha le caratteristiche di un modello spontaneo di scarica più che di risposta collegato a stimoli esterni particolari. Via via che il bambino cresce il sorriso all’inizio spontaneo diventa sorriso sociale, cioè il bambino sorride alla vista di un volto.

Da principio non ha importanza che il viso sia familiare o estraneo, che sia sorridente, in movimento, provoca il sorriso più facilmente di una bocca immobile. Verso il settimo mese ha luogo il cambiamento più importante: il bambino sorride solo ad alcuni volti specifici e familiari,

La distinzione fra visi estranei e familiari è in qualche modo riconosciuta e il sorriso sociale diventa selettivo.

La velocità e la modalità con cui il bambino compie questi progressi sono largamente in funzione dell’ambiente sociale in cui vive. In alcune situazioni familiari i bambini sono incoraggiati a far uso del segnale del sorriso piuttosto che del segnale del pianto, se i genitori interagiscono con lui quando sorride, sorridendogli, cullandolo, accarezzandolo o parlandogli.

 

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