Il baseball professionistico è uno sport tendenzialmente americano, ma nel corso del tempo, si è diffuso anche in altri paesi quali: Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Cuba.

A differenza del basket, cari genitori e ragazzi, non si sa esattamente, quando fu inventato, ma alcuni storici lo fanno derivare dal “Rounders”, gioco nato nel Regno Unito intorno al XVI secolo.

Due squadre con un numero variabile di giocatori, tra 6 e 15, si alternano a battere e lanciare la palla cercando di segnare più punti possibili compiendo, dopo la battuta, il giro completo del campo composto da 4 pali (rounders) all’interno di un determinato numero di inning.

Nel Baseball Professionistico si fa punto, quando il battitore riesce a fare il giro completo e tornare al posto di battuta prima che la palla, da lui colpita con la mazza, venga restituita al lanciatore.

I battitori, nel rounders, colpiscono la palla con la mazza utilizzando una sola mano, mentre nel baseball professionistico si utilizzano tutte e due le mani.

Prima di proseguire desidero postare alla vostra attenzione questo video di Telelibertà Piacenza dove viene  ripresa un’intervista sul Baseball per bambini, entusiasti per il “batti e corri” al campo di via Ottolenghi:

Sembrerebbe che la prima documentazione ufficiale di una partita risalga al 1838.

Su di una durata di 9 inning (le parti in cui è suddiviso il match), due formazioni di 9 giocatori tentano di segnare un punto avanzando, quando si gioca in attacco, intorno a 4 basi, ritornano nel punto dove hanno colpito la palla chiamato “casa base”.

La squadra che difende è guidata dal lanciatore il quale, posizionandosi nel “monte di lancio” cerca gli strikes che eliminano il battitore e quindi la squadra che attacca!

Un battitore infatti dispone di tre tentativi per colpire la palla, se la manca l’arbitro chiama uno strike. E’ strike anche quando il battitore non tenta di colpire una palla ritenuta dal direttore di gara valida!

Dopo tre eliminati, lanciatore e co. passano all’attacco invertendosi con gli avversari.

Il ball invece è il punto guadagnato dal battitore se il lanciatore dovesse lanciare la palla al di fuori di una zona immaginaria chiamata “….di strike”.

Il campo di baseball è suddiviso in due zone: infield e outfield.

L’infield è comunemente chiamato “diamante” e comprende le 4 basi più il monte di lancio. Il baseball professionistico richiede coordinazione, riflessi ed eccezionale forma fisica.

I giocatori, statunitensi in particolare, devono possedere anche un’ottima resistenza in quanto la stagione per loro è veramente lunga; disputano più di 100 partite!

La mazza può arrivare a misurare anche 100cm e possono essere sia di legno sia di alluminio. Il battitore inoltre, indossa un caschetto per proteggersi la testa in quanto alcuni lanciatori sfoderano lanci in grado di raggiungere i 160 Km/h.

Elettrizzante è il fuori campo: negli States è chiamato “ home run” ( correre a casa- intesa come casa base ).

Il fuori campo si ottiene, quando con la mazza il battitore manda la palla al di fuori dell’outfield senza farle toccare per terra. La palla a volte finisce tra gli spettatori altre invece esce completamente dallo stadio!

Quando si effettua un home run e si hanno tutte le basi occupate dagli attaccanti, la squadra guadagna 4 punti. Un buon bottino se si pensa al fatto che diversi inning finiscono zero vs zero tanto è l’equilibrio delle squadre in campo.

D’inning deve averne visti tanti Satchel Paige, il più anziano giocatore professionista; all’età di 59 anni, disputò la sua ultima partita per i colori dei Kansas City Athletics nel 1969, mentre Pete Rose, che giocò per 24 anni, detiene il record del più alto numero di partite giocate da professionista: ben 3562!

Forse però il più celebre fra tutti i giocatori di baseball rimane il grande Joe Di Maggio.

Nato in California nel 1914 da una famiglia italiana, palermitana per la cronaca, Joe sin da bambino mostra interesse per questo sport. Gioca gran parte della sua carriera nei New York Yankees.

Nel 1955 entra a far parte della National Baseball Hall of Fame.

Morì l’8 marzo del 1998 a causa di un cancro ai polmoni e fu sepolto nell’Holy Cross Cemetary di Colma. Con gli yankees vinse 9 campionati della Major League ed oltre alle sue micidiali battute ( se ne contano più di 2000 valide ) è ricordato perché fu, anche se solo per un anno circa, il marito della celebre ed affascinante attrice Marilyn Monroe!

Due giganti appartenenti al mondo dei vip, ma giganti si nasce o si diventa? Tommy ci è diventato!

L’anime tratto dal manga creato nel 1966 da Ikki Kajiwara e Noboru Kawasaki è composto di 257 episodi divisi in 3 serie. Distribuito in Italia dalla metà degli anni ’80 è uno spokon shonen (destinato ad un pubblico maschile) disponibile su Amazon.it e su Yamato Video

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Tommy Young è figlio di un ex giovane promettente giocatore di baseball, Arthur.

Arthur coltiva un grande sogno: entrare a far parte della prestigiosa squadra dei Giants. La seconda guerra mondiale però, devia il corso naturale delle cose ed Arthur durante il conflitto si ferisce ad una mano.

Non riuscirà più a giocare come prima. Il tiro da lui inventato è ritenuto troppo pericoloso e piano piano viene allontanato dalla squadra.

Ferito più nell’orgoglio che nel corpo, Arthur non issa bandiera bianca ma cerca di riversare la passione per questo sport sul suo secondogenito Tommy.

Lambendo l’autodistruzione a causa della depressione, Arthur sottopone a continui e massacranti allenamenti il povero Tommy che, in ogni caso regge il colpo e con profondi sacrifici corona il sogno del papà: entrerà come lanciatore nei Giants!

Vi entrerà da mancino, lui destrimano forzato dalle opinabili idee del padre. Qui inizierà una storia lunga, drammatica dalle tinte forti a volte.

Tommy per vincere s’inventerà addirittura 4 lanci:

  • superlancio numero uno: un tiro ad effetto che permette alla palla di tornare indietro da lui, non appena colpisce la mazza dell’avversario
  • superlancio numero due: la palla scompare attraverso la polvere che il piede di Tommy alza durante il tiro
  • superlancio numero tre: un lancio debole che consente alla palla di spostarsi sfruttando il movimento d’aria creato dalla mazza dell’avversario quando viene agitata. Lancio rischioso in quanto fornisce all’avversario la possibilità di guadagnare un “ball”
  • palla miraggio: nella terza serie Tommy inventa il lancio che moltiplica la palla agli occhi dell’avversario, per poi ritornare ad essere, come deve, una sola al momento che essa si trova vicinissima alla mazza del battitore ad una elevata velocità. Tecnica presa in prestito dallo studio del volo degli aerei nel momento in cui quest’ultimi infrangono il muro del suono ( la resistenza che l’aria oppone all’aereo e che una volta superata, permette all’aereo stesso di aumentare la propria velocità ).

Tommy, nonostante gli sforzi, nel corso della sua carriera subirà delle pesanti sconfitte.

Alcuni suoi acerrimi rivali riusciranno nell’impresa di neutralizzare i suoi magici lanci, carpendone il segreto. Anche il padre di Tommy, nel corso della storia giocherà il ruolo di un suo rivale, diventando l’allenatore dei Dragons. Egli costringerà i suoi pupilli ai più duri allenamenti pur di sconfiggere il figlio in partita.

Tomas Hopkins, Alex Mitchell, Simon Holden e Charlie giocheranno tutti il doppio ruolo di amici e rispettabilissimi avversari.

Il cartone animato è permeato dalla rivalità tra padre e figlio. Il rimpianto del primo inizialmente s’insinua all’interno del rapporto tra i due, forgiandolo in una competizione che porterà il secondo ad imporsi in quello che precedentemente era l’ambiente del genitore.

Tommy attraverso le sconfitte acquisirà la capacità di reagire alla vita, di migliorare nel baseball e di diventare uomo. Forse un po’ quello che Arthur non è riuscito a fare proiettando sul figlio la sua rabbia, il suo senso di vuoto che, in qualche modo, non lo ha portato a reagire nel modo più appropriato.

Tommy inoltre, conoscerà la vera amicizia incontrandola proprio nelle personalità dei suoi avversari sopra menzionati. In particolare Charlie; egli dimostrerà al nostro protagonista un’amicizia imperitura anche con gesti a volte incomprensibili. 

Charlie e lo stesso Arthur saranno per Tommy delle figure importanti e queste lo aiuteranno a resistere e ad andare avanti. Nella rivalità, nella competizione egli troverà l’umanità delle persone, sotto sfaccettature variegate.

Un altro aspetto imprescindibile della storia è il rispetto!

E’ quello che lo sport c’insegna; il rispetto per l’avversario. Si diventa campioni solo con l’umiltà e la riconoscenza, armi nobili ed efficaci per districarsi nel difficile mondo del sacrificio fisico e morale.

Le vittorie e le sconfitte quando sono rispettate ti trasportano in una dimensione più elevata e ti consentono di maturare per raggiungere traguardi che, se non proprio sportivi, saranno personali e di vitale importanza per arrivare alla saggezza.

Tommy, nel momento della sconfitta, riconosce la bravura dell’amico avversario trasmettendogli riconoscenza ed onore. Lo sport, in questo caso, c’insegna che attraverso gli altri possiamo raggiungere degli obiettivi importanti. Il sacrificio, la resistenza, il massacrante allenamento sono necessari, ma il confronto è ineluttabile.

Il cartone mette in scena anche quel delicato confronto tra genitore e figlio.

Forse a volte i nostri figli percorrono strade che non sono proprio adatte alle loro scarpe; per un nostro riscatto nei confronti della vita, sono obbligati a partecipare ad un gioco del quale non capiscono le regole ma non perché non ne comprendono il significato bensì perché non ne accettano l’invadente presenza.

Questo mi ha trasmesso il racconto. Insomma, tanto sentimento in una storia che in alcuni episodi mi ha commosso.

Il papà alla fine morirà proprio mentre una nuova vita nascerà: la stella dei Giants continuerà a brillare su altri mondi, su altri paesi e su altre speranze!

Questa volta ci siamo commossi per gioco! 🙂

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